Musicista d'esperienza e artista creativo, Marcello Petruzzi esordisce come cantautore dopo un passato nei Caboto e nei Franklin Delano. Una svolta che ha un nome (Quando Vieni) e un presente in divenire
FOTO © Francesca Pizzo 2008
Un vinile di De Gregori, Rimmel, ereditato dai genitori, e qualcosa di non ben precisato di Lucio Dalla: questo il bagaglio minimo dichiarato da Marcello Petruzzi come influenza per le proprie canzoni. E qualcuno già insiste: Piero Ciampi. E lui, di Livorno come il tragico cantautore, ovviamente nega. "È una sorta di buon fantasma cittadino", dichiara. Noi ci accontentiamo. Sappiamo quanto sia difficile fare un'analisi dei propri riferimenti, specie quando a questi sono arrivati altri prima di te e in tempi non troppo lontani. Non voglio che Clara, Baustelle, i Cosi. E' da un po' di anni che c'è una Sanremo “buona” riscoperta e riamata. Una nuova sensibilità che ha operato anche una piccola, grande rivoluzione: riavvicinare le nuove generazioni alla tradizione musicale più genuina del nostro dopoguerra. Così, arriva Marcello e, come direbbe Emidio Clementi, c'è forza nelle sue parole. Il suo non è quel pane urlato e nemmeno la posa alt-qualcosa nascosta dietro a una presunta tradizione. Si sa, quando i cassetti li apri con troppa forza rischi di interpretare poi Il personaggio. Non Marcello, una vita silenziosa la sua: prima Livorno e poi Bologna, madre (quasi) naturale la prima, genitore in prestito la seconda. Con la città felsinea arriva anche l'amore per certo prog molto jazzato (i compianti ma non troppo, viste le carriere dei ragazzi, Caboto) e poi il folk (ex post) rock americano dei Franklin Delano periodo di mezzo, ovvero “maccaroni” e Califone. Ancora, quelli che vanno in America a suonare proprio grazie alla band di Rutili. E dunque, se con i Caboto il Marcello musicista si fa le ossa nei centri sociali improvvisando senza cinture di sicurezza e mescolando rock, India e contemporanea (ai bei tempi dell’Ex Mercato 24 facevano non poco effetto!), è con la band di Paolo Iocca che il nostro impara, anche a proprie spese, la durezza della vita on the road. Chilometri da macinare, junk food e tensioni dovute alla stanchezza. Al ritorno dalla tournée l'abbandono della band e la voglia di appartarsi un po'.
Del resto Petruzzi è un equilibrio di mitezza e riflessione, in tutto e per tutto speculare a Iocca, uno invece di nerbo e idee come squarci di luce dal cielo. Lo caratterizza quel pallore lunare che dalla faccia passa direttamente alle strofe. E di cui pause e apprendimento sono la base. "Ho fatto sforzi tremendi per separarmi dal mio vissuto, temendolo ancora e scongiurando l'imbarazzo di offrire, a risultato ottenuto, solo un pugno di visuali trascinate e disilluse", ci ha confessato in una bella chiacchierata. Ci viene ancora da rubare frasi a Clementi, perché Quando Vieni lavora sui bordi della quotidianità, è un canzoniere che indaga rapporti umani e analizza i conflitti messi forzatamente a tacere. Specie quelli che tornano a sconvolgere il nostro quotidiano, incrinando certezze e trasformando sorrisi in ghigni ambigui.
Questo il nucleo fondante dell'opera, e attorno non c’è semplicemente una chitarra. Ci sono gli amici. C'è un prezzemolo Bologna Violenta (Nicola Manzan, all'attivo anche sortite nel folk sublime di Alessandro Grazian), Francesco Brini, Pietro Canali, Elia dalla Casa e soprattutto Matteo Romagnoli ovvero 4fioriperzoe. Una di quelle figure senza le quali la storia non sarebbe stata la stessa. "Al contrario di me, è esperto in canzone d'autore italiana e in tanti episodi mi ha proposto scelte e adattamenti che oggi reputo molto importanti". Sacrosanto, ma è Marcello ad aver operato il processo più difficile, "staccare i fatti e i loro racconti dalla carne”. I luoghi e le immagini che poi tornano a galla, mescolandosi al presente bolognese.
A proposito del capoluogo emiliano, riesce difficile paragonare 33 Ore ad altre realtà musicali della città. Città che del resto è, ora più che mai, orfana di quell’humus condiviso che la rendeva unica. Dicevamo dei Massimo Volume, le cui velleità letterarie ed esistenzialiste posseggono intensità simile, ma raggio d'azione decisamente diverso. Bologna è dentro Marcello ma dentro Marcello c'è anche un misto di consapevolezza e ricerca. “Tendenzialmente puoi considerarla una scelta "radicale": quando il luogo fisico acquerellato serve a descrivere un paesaggio emotivo oppure si fa specchio di uno sguardo. Il focus lo vedo nell'ambiente ridotto, dove va in scena il rapporto tra un personaggio e un qualsivoglia riverbero del suo spazio, sia esso una valigia, il bordo di una finestra, le mattonelle di una camera oppure un abitacolo. Ammetto una certa vaghezza descrittiva sul generale, ma tutto si fa più nitido sul particolare per poi emergere sulla pelle e oltre. Un blow-up sui piccoli gesti, rivelatori e affettivi, che hanno residenza ovunque.”. Come accennavamo, quello del Petruzzi è un percorso parallelo alla nuova ondata di cantautori: il surrealismo melodico di un Dente, il cut-up e la catarsi de Le luci della centrale elettrica, la vaghezza del ricordo filtrata dalla dimensione onirica di un Adriano Modica: “Il tempo in cui tornano le cose dopo che sono accadute. Cito Abilio Estevez: Un vaso si rompe e arrivano i ricordi. Quando vieni è sostanzialmente questo.”
Lui deve maturare, dice, per vedere che cosa è diventato. E insiste sulla leggerezza. Non tanto nei testi, ma nella vita stessa. Tradotto significa: zero immagine da maledetto o pose da cantautore che se la tira. Come sottolineato anche dalla storia dietro alla sigla 33 Ore: “E' un soprannome rimasto da una vecchia gara di resistenza giocata sulla volontà. Il fatto è banale, mi è capitato molti anni fa e lo racconterò attraverso le tappe: Livorno-Firenze-Genova-Milano-Trieste-la dogana slovena ancora extracomunitaria-Trieste-Milano-Bologna-Firenze-Livorno-rinnovo di carta di identità in comune-Firenze-Bologna-Ancona-Croazia. Più o meno in 33 ore. Ometto i particolari e occulto le immagini.” Quale miglior modo per concludere un ritratto?
(Edoardo Bridda, Fabrizio Zampighi)
Non è convenzionale, rispetto al classico cantautorato d’Italia, la poetica che Marcello Petruzzi (già nei Caboto e Franklin Delano) ha scelto per il suo esordio sulla lunga distanza a firma 33ore. Nè lo è il suono di “Quando vieni?” -uscito il 5 maggio scorso per Garrincha Dischi- così differente dalle stesse radici blues, dalle interpretazioni frenate, dalle voci tutte uguali: c’è la scuola romana, anche se non vi ha mai militato. E un sax che fa la sofferenza dell’attesa.
FOTO © Francesco Corlaita 2009
Negli undici capitoli si svolgono vicende borderline, cambi di scena, fotografie del passato e più di una bizzarra scappatoia laterale, come ritagliarsi un proprio mondo utilizzando quello che si ha a disposizione, in questo caso penna e talento, soluzioni musicali diverse dalle solite e un pizzico di understatement, congeniale a chi non vuol dare disturbo mentre non si accorge che la sua presenza nella musica italiana attuale è tutt’altro che estemporanea, casuale, contingente. Sono pochi i momenti di stanca, in cui l’attenzione non chiede di essere al massimo, e questo significa che ogni ascolto è destinato ad essere superato dal successivo: l’iniziale Un nome gode di un arrangiamento al vapore figlio del blues ma non confondibile col padre, liriche quali “pago con l’amore il mio permesso di soggiorno in una vita regolare” cominciano a dare il senso di ciò che sarà il disco. Tra le preferite sicuramente sta L’ultima stella, corale e quasi melodica a rispetto della storia pesantissima che è narrata, come in un agrodolce film di Virzì, con lei “addormentata sulla sedia rotta con la tv accesa”, mentre la titletrack rinfranca nella voce e nella trasversalità il parallelo con Adriano Modica (scuola Trovarobato), uno spettro d’enfasi, rumori e singhiozzi “nella stessa valigia di vent’anni fa”. Inedite sfumature soul/Seal quando Marcello appoggia bene le parole alle note, interpretando Penisola con garbo e proprietà: sarebbe una canzone d’amore, ma nessuno ci pensa fin che la ascolta, trasportati altrove da questa, penisola…
Per quando mi mancherai fa rientrare dalla finestra il blues storto e collettivo, mantra effettato con il sax che segna le linee di demarcazione oltre a contenere la frase topica; la stessa modalità iterata di conclusione si ritrova anche in Uno splendido pianeta, che vive di contrasti veloci, quando la parte semifinale dell’opera rivela inaspettate fragranze. Infatti le ondate di Gennaio provvedono a sciacquare ciò che resta dopo il passaggio di Diventi nuvola, titolo che era fra i papabili per l’intera raccolta, e che significa invece “solo” per questa traccia 7 ove il bel canto e gli arpeggi rimandano a Mario Venuti, con alle spalle il sapore dei decenni e un organetto che addolcisce: tante le canzoni che ci coabitano -ulteriore punto a favore di Petruzzi- dal meteo incerto e inquieto, quando la musica sopravanza il tempo la memoria corre ad Half Cousin, sottostimato avamposto delle Orcadi, mentre nelle lontananze dell’epilogo si riverbera un umore da fallout analog-nucleare a coprire tutto il panorama. Identiche alture per Cerco una ragione, ambientata un minuto dopo che Capossela cerca inutilmente di farsi pagare in un locale, proprio quando qualcuno perde l’ultima corriera (questa la capiscono solo in laguna sud), e le 33ore cominciano il brano come lo avrebbe iniziato Ligabue nel 1991, magari dopo aver fatto il fonico proprio a Vinicio… lungo la strada però diventa un gioiello di canzone rock d’autore tradizionale che parla di vetro e ha un refrain incoercibile zeppo di effluvi acidi, la notte com’è e non come vogliamo che sia. E’ la parola di nuovo la parola protagonista di Gioca, in termini non lasciati al caso: “Ti chiamo con parole scritte su un muro affollato di scelte, i chiodi piegati di un addio” roots che arriva dopo l’ennesimo capovolgimento di fronte dentro Polvere, sul versante del folk europeo e novecentesco a sfigurare in studiata lentezza, “non ho più parole” perché ne hai già avute tante, giuste, opportune.
“Quando vieni?” riporta ai tempi in cui progetti del genere erano cittadini a pieno titolo nel Roxy Bar e potevano essere ascoltati da centinaia di migliaia di spettatori in simultanea, in tempo reale. Ecco quello che manca: chi l’avrebbe mai detto che una decina d’anni più tardi ci saremmo trovati a rimpiangere per davvero Red Ronnie?
(Italian Embassy)